Paper Review

di Gianluca Elli

Risiko Bancario e Consolidamento: Opportunità e Rischi tra Italia ed Europa

I recenti sviluppi in tema di acquisizioni e fusioni nel settore bancario riaprono il dibattito su concentrazione e concorrenza. Nonostante queste operazioni siano ben viste dalle autorità di vigilanza, è giusto porsi interrogativi sulla direzione presa, se ha senso continuare verso un settore più concentrato o se invece si è già fatto abbastanza.1

Breve storia del consolidamento bancario

In Italia, il percorso di consolidamento del settore bancario ha avuto origine verso la fine degli anni ‘80, quando il panorama degli istituti di credito era eccessivamente frammentato, quasi “polverizzato” con tante banche di piccola dimensione. Raggiungere una maggiore efficienza era difficile per tali istituti; pertanto con la legge Amato-Carli del 1990 è stata stabilita la privatizzazione delle banche pubbliche e la trasformazione delle casse di risparmio in S.p.a.

È proprio con questa riforma che si creano le condizioni per tutte le successive fusioni, comprese quelle che si vanno a delineare in questo periodo.

Nel 2021, il panorama bancario non si presentava molto differente da quello odierno: Intesa Sanpaolo e Unicredit, con 1.000 e 930 miliardi di attivo rispettivamente, sono di gran lunga le banche di maggiore importanza in Italia; completano la top cinque Banco BPM a 180 miliardi, Monte dei Paschi di Siena con 150 miliardi e BPER con 93 miliardi. Secondo la BCE, in Italia il sistema deve allinearsi a quello dei competitor già presente in Spagna, Francia e Germania: da due o tre “Campioni” nazionali e una moltitudine di banche più piccole a presidiare il territorio.

Sebbene la situazione del 1980 sia ben lontana, il processo di consolidamento appare incompiuto: con due soli gruppi di dimensioni notevoli si rischia l’oligopolio. Si vede sempre più la necessità di una terza grande banca che possa fare concorrenza a Intesa e Unicredit. Stiamo parlando del Terzo Polo Bancario, destinato a diventare un mito del panorama creditizio italiano.

Nel post pandemia, il rialzo dei tassi di interesse da parte della BCE ha gonfiato il margine di interesse delle banche - il quale rappresenta ancora la principale voce di ricavo - che, unito alla riduzione del costo del rischio a seguito del calo dei Non-Performing-Loans, hanno fatto in modo che il RoE delle banche passasse dal 2% del 2020 al 10% nel 2024. Ecco quindi che il capitale generato in questi quattro anni ha reso possibile il fermento di operazioni di Mergers & Acquisitions: prima la mossa di Unicredit su Commerzbank, operazione in cui la banca di piazza Gae Aulenti ha assunto una partecipazione del 28% sulla seconda; a novembre Banco BPM ha presentato un’offerta pubblica di acquisto per Anima Sgr per poi acquisire una partecipazione del 5% in Monte Paschi. Proprio a seguito di questa mossa, la nascita di un terzo grande polo bancario sembrava finalmente vicina, ma è bastata l’OPA (Offerta Pubblica di Acquisto) di UniCredit su Banco BPM per trasformare il tutto in un nulla di fatto.

In questo intricato ed ancora in divenire Risiko nessun esito è scontato: se BPM riuscirà a fondersi con MPS e confermarsi come terzo polo o se invece sarà preda dell’OPS di Unicredit, solo il tempo ce lo dirà.

In questo Paper non mi concentrerò più di quanto fatto finora sulle varie operazioni in corso, mi focalizzerò invece sul grado di concentrazione del sistema bancario e sulle implicazioni in termini di competitività e di concorrenza che ne deriverebbero per i clienti. Cercherò di chiarire se abbia senso continuare il processo di consolidamento appena descritto o se invece si sia già fatto abbastanza, e se è ancora vero che banche più grandi siano più efficienti.

1 Al momento della scrittura del Paper, l’Offerta Pubblica di Scambio (OPS) di Monte dei Paschi di Siena a Mediobanca non era ancora stata presentata. Ho deciso di non includere la vicenda in questa analisi per non complicare ulteriormente la trattazione, ma soprattutto perché tutte le considerazioni fatte continuano a valere, anche se i soggetti da considerare sono nel frattempo cambiati.

Concentrazione del mercato e concorrenza

Come spiegato nella parentesi storica appena conclusa, le autorità di vigilanza vedono di buon occhio fusioni e aggregazioni tra banche, con la motivazione che istituti di maggior peso e dimensione siano più solidi: il risultato di tali operazioni è una maggiore concentrazione del mercato credito. Per rispondere alla domanda se il livello di consolidamento raggiunto in Italia è sufficiente o meno, è utile il confronto di due indicatori: la quota di mercato dei primi cinque operatori e l’indice di Herfindahl-Hirschman (d’ora in poi HHI, il quale è dato dalla somma dei quadrati delle singole quote di mercato, 10000 corrisponde a una concentrazione massima) nelle quattro maggiori economie europee: Germania, Francia, Italia e Spagna. L’interrogativo è se il livello di concentrazione attuale in italia differisca da quello delle altre economie considerate, analizzando i periodi 2015-2019 e 2019-2023.

Il sistema bancario italiano è ancora più frammentato rispetto al resto d’Europa?

l 2019, possiamo notare come la situazione non fosse molto diversa dal resto d’Europa: mentre in Spagna si osservava un sistema più concentrato attorno ai primi 5 istituti, la quota di mercato aggregata delle prime cinque banche italiane era del tutto in linea con quella delle banche francesi, addirittura meno frammentata di quella tedesca; il dato in questione rispecchia le peculiarità dell’industria tedesca, caratterizzata da una pletora di istituti cooperativi locali, che rispecchiano la struttura amministrativa dei Lander tedeschi. Alla luce di questo appare chiaro che l’industria italiana non sia più frammentata come un tempo e che presenti una concentrazione comparabile con il resto dei sistemi bancari. Possiamo anche notare come nel periodo in considerazione si osservi una situazione statica in Francia e Germania e una forte tendenza ad un maggior consolidamento in Italia e Spagna.

Analizzando la situazione 5 anni dopo non troviamo cambiamenti particolari: le quote dei primi 5 operatori si sono stabilizzate e la variazione osservata è più contenuta rispetto al periodo precedente, addirittura negativa per il sistema francese.

È interessante osservare anche l’Herfindahl-Index, che ci permette di trarre conclusioni sulla competitività del sistema. Ricordiamo brevemente che un mercato è considerato altamente competitivo per valori dell’indice inferiori a 1000, tra 1000 e 1800 si ha una condizione di moderata competitività, mentre al di sopra dei 1800 la competizione diviene scarsa. Nel 2019, solo la Spagna presentava una situazione di bassa competitività: dal 2015 l’HHI in Spagna è cresciuto di 200 punti come in Italia, ma partendo da un mercato ben più concentrato. Al 2023 la situazione vede tutti i sistemi, meno che la Francia, aumentare il proprio grado di concertazione; in Spagna, ad esempio, l’HHI cresce ulteriormente, mostrando una ancor più marcata concentrazione e minor competitività.

Dal grafico del 2023, possiamo vedere come in Italia ci sia margine per un ulteriore consolidamento, mentre in Spagna non vi sia più spazio per ulteriori operazioni di M&A nazionali, dal momento che si andrebbe a perdere ancora di più in termini di competitività.

La critica che spesso viene mossa è che sistemi più concentrati danno vita ad oligopoli, in cui pochi operatori dominano il mercato e di conseguenza si ha un’asimmetria nel potere contrattuale tra banche e clienti, in cui i rapporti di forza sono sbilanciati a favore delle banche. Questa preoccupazione è legittima: anche se, come abbiamo appena visto, la situazione italiana è lontana da quella di un oligopolio, ulteriori espansioni hanno effetti positivi in termini di concorrenza fintanto che l’HHI rimane al di sotto dei mille punti. Il rischio di un’eccessiva concentrazione attorno ai due top player del nostro sistema bancario ha come contraltare la necessità di istituti più solidi e più efficienti. La tendenza di acquisizioni osservata in tutta Europa è un fenomeno inevitabile, ma lo spazio per nuove fusioni a livello nazionale è limitato dalle conseguenze sulla concorrenza.

Dimensioni ed efficienza

Il livello di competizione del mercato non è il solo vantaggio derivante dalle operazioni di concentrazione: esistono ragioni per cui una crescita dimensionale produce benefici a livello delle singole banche.

Economie di scala

Aumentando la propria quota di mercato, è possibile perseguire delle economie di scala, riducendo i costi in relazione al giro d’affari, il che si traduce nella possibilità di offrire condizioni più competitive nel mercato del credito. La riduzione dei costi marginali di produzione e dei servizi bancari altamente standardizzati, quali i servizi di pagamento e i depositi, diminuiscono al crescere dei volumi, come riportato in un’indagine di Banca d’Italia del 2020. Un effetto simile, seppur più contenuto, si ha per le attività di erogazione prestiti e gestione del risparmio.

Economie di scopo

La necessità di diversificare l’offerta per soddisfare un numero maggiore di bisogni dei propri clienti spinge a cercare economie di scopo, che consistono nell’utilizzare gli stessi fattori produttivi per erogare più servizi e, in termini più pratici, questo si traduce nella capacità di una banca di proporre ai propri clienti una gamma di prodotti più ampia sfruttando gli stessi canali di distribuzione. Acquisizioni e fusioni permettono di sfruttare sinergie per conseguire questo obiettivo: una banca con un modello di business focalizzata su una clientela di imprese e famiglie può trovare conveniente un matrimonio con una specializzata in investimenti e gestione del patrimonio.

Tecnologia

La gestione delle attività finanziarie ha visto crescere negli anni l’importanza di un’infrastruttura tecnologica e dell’informatica: protezione dei dati, sicurezza, intelligenza artificiale, sviluppo e mantenimento dei sistemi informatici richiedono investimenti notevoli, spesso al di fuori della portata delle piccole e medie banche. Per restare al passo dei leader del mercato ed affrontare la transizione digitale risulta quindi fondamentale la collaborazione su questi aspetti.

La necessità di grandi banche per il futuro europeo

Come specificato all’inizio di questo Paper, i benefici del consolidamento non si misurano solo a livello nazionale, ma soprattutto a livello europeo.

Un aspetto critico presente sin dalla crisi del 2008 e da quella dei debiti sovrani è la solidità e la robustezza dei bilanci. Banche più grandi non solo sono considerate più solide a livello economico, ma più facili da sorvegliare, motivo per cui l’autorità bancaria europea, EBA, ha sempre incentivato i processi di consolidamento.

Più recenti sono le problematiche relative alle capacità di finanziamento degli intermediari europei: il rapporto Draghi evidenzia una serie di criticità dell’industria europea e individua una possibile soluzione in un mercato del credito più integrato e dominato dalla presenza di istituti di maggior peso. Per l’attuale presidente della BCE Christine Lagarde “saranno necessari altri 5.4 trilioni di euro tra il 2025 e il 2031 per promuovere la trasformazione verde, accelerare la digitalizzazione della nostra economia e rafforzare le nostre capacità di difesa militare”. Le banche sono la principale fonte di finanziamento nel vecchio continente, ma soffrono una redditività inferiore rispetto alle controparti americane e cinesi, fattore imputabile alle mancate economie di scala discusse in precedenza.

Al momento, solo BNP Paribas e Credit Agricole rientrano tra le prime dieci banche al mondo per totale attivo, invece, per trovare la prima banca europea all’infuori di queste due, si deve scendere alla quattordicesima posizione, dove troviamo Banco Santander con un attivo di circa la metà rispetto all’americana JPMorgan; il distacco aumenta ulteriormente se si guarda a Deutsche Bank e alle due italiane successive. Nessuna banca europea è attualmente in grado di competere con le big della finanza globale, e se l’Europa ha intenzione di mantenere il passo delle due superpotenze, dovranno nascere istituti più forti, non solo a livello nazionale, ma anche a livello europeo.

Una questione, due fronti

Alla luce di quanto visto finora, per comprendere il processo di consolidamento e le sue implicazioni occorre analizzare due prospettive: quella nazionale, che guarda alla competitività all’interno del sistema bancario italiano, e quella europea, rivolta agli investimenti nei 27 Stati membri e alla competizione globale.

Nel paragrafo “Concentrazione del mercato e concorrenza” abbiamo evidenziato come l’alto livello di concentrazione raggiunto dalle banche in Italia non rappresenti attualmente una preoccupazione per il livello di concorrenza nazionale. Lo spazio per ulteriori operazioni di fusione e acquisizione c’è, ma se ad espandersi saranno banche come Intesa o Unicredit si assisterebbe al rafforzamento di questo duopolio: sicuramente i due campioni nazionali ne guadagnerebbero in efficienza, ma il sistema ne perderebbe in concorrenza. La prospettiva più auspicabile per molti, sottoscritto compreso, è che si venga a formare una terza grande banca (il famoso terzo polo) dalla fusione di intermediari di medie dimensioni. Questo scenario permetterebbe di conciliare gli obiettivi di maggiore efficienza (economie di scala, scopo, digitalizzazione) e di concorrenza, creando un nuovo soggetto in grado di competere ai livelli di Intesa e Unicredit.

Questo, però, non risolverebbe il problema della mancanza di giganti europei del credito che possano tenere testa su un panorama globale. Lo spazio per raggiungere le dimensioni necessarie a tale scopo non esiste in nessuna delle maggiori economie del continente ad eccezione della Germania: l’unica via perseguibile è quella di aggregazioni transfrontaliere, come quella tra Unicredit e CommerzBank, al momento però in stallo.

Purtroppo, ad oggi, nonostante l’atteggiamento favorevole delle istituzioni europee, permangono forti barriere alla nascita di gruppi Pan-Europei: la mancanza di un mercato bancario unificato rappresenta un freno alle operazioni di M&A tra nazioni europee, a cui bisogna aggiungere un contesto normativo ancora frammentato e difforme, i quali rendono difficile per le banche operare in più paesi . Moneta unica e vigilanza sono pilastri importanti, ma da soli non sono abbastanza: manca un terreno di gioco livellato per quanto riguarda regole fiscali e garanzia dei depositi.

Conclusioni

A prescindere dall’esito delle operazioni in corso, possiamo dire che in Italia c’è spazio per una terza grande banca: la maggiore competizione ai vertici del sistema italiano si tradurrebbe nella spinta a migliorarsi e condizioni più vantaggiose per i clienti.

Allo stesso tempo, la ricerca di maggiori economie di scala ed efficienza è destinata a soffocare la concorrenza a livello nazionale. Fino a che esisteranno ostacoli e barriere a limitare l’attività delle banche tra Stati membri, non ci sarà lo spazio per la nascita di operatori in grado di competere sul piano globale e di finanziare il rilancio dell’industria europea.

I processi di consolidamento a livello nazionale sono stati un passo necessario al processo di integrazione europea, ma per le sfide del futuro saranno necessarie operazioni transfrontaliere e banche non più solo nazionali, con al più una piccola presenza all’estero, ma di vere e proprie banche Pan-Europee.

Fonti

Crediti

Autore: Gianluca Elli - Associato Area Editoriale
Editor: Alessandro Liberati - Head Area Editoriale
Grafiche e impaginazione: Simone Triozzi - Head Area Comunicazione